Le tre Italie del 1943 - L’alibi della Resistenza. Come abbiamo vinto la seconda guerra mondiale
In tutte le città italiane la guerra fascista combattuta accanto a Hitler (1940-43) viene ricordata insieme al suo opposto, la guerra antifascista combattuta contro Hitler (1943-45): le lapidi alla memoria dei soldati morti nelle campagne dei Balcani o dispersi in Russia stanno fianco a fianco con quelle dedicate ai partigiani caduti e alle vittime dei lager. Si parte da questa osservazione per interrogarsi sulle ragioni per cui il nostro Paese non ha fatto i conti con il proprio passato. La Resistenza ha avuto per protagonista la parte migliore degli italiani ed è stata la palestra che ha formato politicamente la nuova classe dirigente. Ma non è stata l'esperienza di tutti gli italiani, sia perché non ha coinvolto l'intero territorio nazionale, sia perché ha convissuto con una realtà di segno opposto (il collaborazionismo della RSI) e con vaste "zone grigie" di attendismo.
Ciò significa che l'antifascismo resistenziale, che pur costituisce il fondamento della democrazia repubblicana, non basta a trasformare l'Italia uscita dal secondo conflitto mondiale in un Paese vincitore, né ad assolverla dalle responsabilità della guerra fascista. Per il Pci di Togliatti, la lotta di liberazione rappresentava una sorta di legittimazione storica che permetteva a un partito rivoluzionario di trasformarsi in partito di massa. Per le forze moderate, la lotta di liberazione, interpretata come riscatto di tutta la nazione, significava attribuire la responsabilità della guerra unicamente al fascismo e "normalizzare" la nuova Italia postbellica facendo transitare dal Ventennio alla Repubblica la vecchia classe dirigente. In altre parole, la Resistenza e i suoi valori non sono stati il punto d'avvio di una "nuova" Italia capace di fondare il futuro sulla consapevolezza del passato, ma l'alibi per una generale autoassoluzione.
Editore: Mondadori
Anno pubblicazione: 2003






