Soldati e ufficiali. L'esercito italiano dal Risorgimento ad oggi
Dal 4 maggio 1861, giorno in cui nasce ufficialmente l'esercito italiano, al 1° gennaio 2005, che segna la fine della coscrizione obbligatoria, trascorrono quasi centocinquant'anni in cui la storia dell'esercito coincide in larga parte con la storia stessa dell'Italia. Storia di interventi d'ordine pubblico, quando i reggimenti di fanti e bersaglieri dell'età liberale sono "il filo di ferro che tiene insieme la nazione dopo averla unita"; storia di ambizioni coloniali nell'Africa Orientale, in Libia, in Albania; storia drammatica di guerre, sul Carso, sull'altopiano di Asiago, sul Piave, nel deserto di el-Alamein, nelle steppe gelide del Don; di strategie nucleari e di contrapposizioni tra blocchi negli anni della Guerra fredda e, più recentemente, di missioni all'estero, dal Libano alla Somalia, dall'Iraq all'Afghanistan.
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Alpini. 140 anni di storia ed eroismi
Nel 2005 la leva obbligatoria è stata abolita e ai "coscritti" si sono sostituiti i "volontari a ferma prolungata": l'ordinamento militare dell'Italia si è così uniformato a quello della maggior parte degli altri paesi europei. Questo significa la fine degli Alpini? Forse: in futuro potranno esserci ancora "soldati alpini" ma difficilmente saranno ancora gli "Alpini", nel senso tradizionale del termine. Ma proprio perché le prospettive mutano, è importante conservare i valori e i percorsi dai quali il presente discende. Rileggere 140 anni di storia degli Alpini attraverso le immagini non è una semplice operazione di memoria: significa rintracciare un pezzo della cultura italiana,
L'ombra nera. Le stragi nazifasciste che non ricordiamo più
Nel 1943-45 le truppe di occupazione germaniche e le variegate forze armate della Repubblica di Salò si rendono responsabili di crimini efferati, che portano all'eliminazione di oltre diecimila civili, alla cattura e deportazione di più di settemila ebrei, all'uccisione di migliaia di partigiani nei combattimenti, senza contare le centinaia di paesi incendiati e le razzie d'ogni genere. In quei tragici venti mesi vennero massacrati dai tedeschi e dai "repubblichini" non solo partigiani e prigionieri di guerra, ma anche gente comune, vecchi, donne, bambini con furia razzista e vendicativa. Perché parlare, nel 2007, a oltre sessant'anni da quegli avvenimenti, delle stragi avvenute in quel triste biennio? Perché la memoria del periodo fondante dell'Italia democratica, lungi dall'essere condivisa, risulta ancora oggi controversa, tra esaltazioni e demonizzazioni, tra silenzi e rimozioni di segno opposto.
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«Si ammazza troppo poco». I crimini di guerra italiani 1940-1943
Una storia ancora sconosciuta: i criminali di guerra italiani rimasti impuniti, il baratto delle colpe con i responsabili delle stragi tedesche, le rimozioni e le amnesie di un'Italia che ha voluto dimenticare la guerra fascista del 1940-1943."Non si ammazza abbastanza!", ammonisce nel 1942 il generale Mario Robotti, comandante dell'XI Corpo d'Armata italiano in Slovenia e Croazia, e il suo diretto superiore Mario Roatta rincara la dose: "Non dente per dente, ma testa per dente". Nello scenario drammatico e complesso dei Balcani, dove l'aggressione italo-tedesca si intreccia con le esasperazioni della guerra civile e delle contrapposizioni etniche, l'Italia fascista reagisce alla resistenza jugoslava, albanese e greca con brutale durezza: rastrellamenti, villaggi incendiati, esecuzioni sommarie, internamento di migliaia di civili.
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Profughi. Dalle foibe all'esodo: la tragedia degli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia
La vicenda di 300.000 italiani costretti ad abbandonare le loro terre, la realtà drammatica dei campi profughi in Italia: una memoria negata per cinquant'anni.Tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta, gran parte della comunità italiana dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia abbandona la propria terra. A ondate successive, quasi 300.000 persone, appartenenti a ogni classe sociale, vengono costrette a fuggire dal nuovo regime nazionalcomunista di Tito che confisca le loro proprietà, le emargina dalla vita pubblica, le reprime con la violenza poliziesca, giungendo talora a un vero e proprio tentativo di "pulizia etnica". I profughi vengono dispersi in oltre cento campi di raccolta disseminati in tutto il nostro paese dove per molto tempo - in alcuni casi perfino dieci anni - vivono in una situazione di totale emergenza, nella più assoluta provvisorietà e promiscuità, attorniati da un clima di avversione o indifferenza.
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