10 febbraio, Giorno del Ricordo: l'importanza della memoria

27 gennaio, Giorno della Memoria, 10 febbraio, Giorno del Ricordo. 25 aprile, Giorno della Liberazione. 25 luglio, la caduta del regime. 8 settembre, l’armistizio. Ma quanti ricordano queste date? Quanti sanno a che cosa corrispondono? Quanti hanno consapevolezza di che cosa è accaduto “prima”, tra il ’40 e il ’45?

Credo esista un rapporto tra questa assenza di memoria e le avvisaglie di deriva che stiamo vedendo, tra l’ignoranza delle tragedie del passato e i barboni cosparsi di benzina e bruciati, oppure gettati nell’acqua gelata di una fontana. Provo a spiegarlo. La nostra generazione, la generazione di mezzo (quella degli adulti, degli insegnanti, degli amministratori), ha avuto il grande privilegio di crescere quando la guerra era ormai finita, ma le sue ferite bruciavano ancora e si trasformavano in racconto. Abbiamo imparato che cos’è la pace ascoltando i discorsi di guerra, la paura per l’urlo sinistro delle sirene d’allarme, i fischi delle bombe sganciate sulle città, i passi pesanti degli anfibi sul selciato, i morti esposti nelle piazze. E che cos’è la libertà ce l’hanno insegnato raccontandoci di un’epoca in cui, prima di parlare, bisognava girarsi indietro, per verificare che non ci fosse qualcuno di troppo a sentire. E il valore del benessere lo abbiamo appreso dai racconti del “pane nero”, delle ricerche affannose di qualche chilo di farina bianca delle cascine di pianura, dei piatti ripuliti sino all’ultima briciola.

Il sistema di valori nel quale siamo cresciuti è nato da quella memoria: la pace, la libertà, il benessere, la tolleranza ci sono stati insegnati attraverso le testimonianze di vita vissuta dei nostri genitori e dei nostri maestri.

Oggi, quella trasmissione generazionale di memoria è venuta meno. Per nostra fortuna, noi non abbiamo nulla di drammatico da raccontare ai nostri figli, perché siamo vissuti nelle garanzie di questi sessant’anni di democrazia e di benessere.

Ma questo significa esporre i più giovani ad un’assenza di riferimenti, a pensare che tutto ciò che abbiamo (la libertà, la pace, la sicurezza) sia un bene dato una volta e per sempre. Non è così. La storia insegna che nulla è eterno e che si conserva soltanto ciò che le giovani generazioni sanno fare proprio.

Per questo è grave non avere più memoria, confondere le date che hanno scandito la riconquista della democrazia con semplici numeri del calendario. La mancanza di memoria e l’approssimazione dei valori marciano conseguenti, legate strettamente l’una all’altra. Siamo alla deriva? Certamente no, per fortuna. Ma se certi episodi accadono (i barboni di cui sopra, l’adolescente accoltellato per una sigaretta negata, il bullismo verso i più deboli) significa che siamo entrati in un’atmosfera culturale dove qualcuno comincia a pensare che certi gesti sono possibili. Attenzione. Non è necessario essere “cattivi” per compiere il male: basta che qualcuno ci spieghi che il male è bene e che il bene è male.


Gianni Oliva
(pubblicato su La Stampa - 08/02/2010 - inserto MondoScuola)