La Lega contro i 150 anni dell'Unità d'Italia. Meno 100 milioni di euro al Piemonte

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La cultura fa vivere meglio, crea occupazione e aiuta il turismo: Innamorati della Cultura tutto l'anno

Ultimo aggiornamento Martedì 23 Febbraio 2010 15:06 Lunedì 15 Febbraio 2010 16:08

E’ vero: bisogna essere innamorati della cultura tutto l’anno e non soltanto a San Valentino. Di fatto molti di noi lo sono: quante sono le persone che in uno spazio di tempo libero leggono un libro, ascoltano musica, guardano un film, visitano un museo, dimostrano – cioè – di amare la cultura? Ma il problema è un altro. La cultura non vive d’aria, ma di risorse; non di sogni, ma di investimenti; non di parole, ma di strutture organizzate. È questo il senso del “giorno della cultura”: far comprendere a tutti che la cultura è un valore e come tale va difesa, sostenuta, supportata. In primo luogo, la cultura fa vivere meglio, rende più consapevoli, più democratici, più tolleranti, più aperti. E’ questa la prima e fondamentale ragione per la quale le amministrazioni devono investire risorse: in una società colta ci sono maggiori strumenti per difendersi dalle tensioni e dalle derive. Nelle esasperazioni economiciste dei nostri tempi, ci si domanda: “Quanto rende la cultura?”. Non lo so. Ma so quanto “costa” non averla: che cosa sono il bullismo, il razzismo, il malessere delle periferie urbane se non mancanza di cultura? E quanto “costano” in termini economici e sociali quelle degenerazioni? Ecco, se non vogliamo una società dove qualcuno pensi di poter sgozzare un adolescente per una sigaretta negata o bruciare un barbone che dorme su una panchina, facciamo cultura: ne vale la pena, ci rende migliori.

In secondo luogo la cultura è “impresa”, il che significa lavoro, occupazione, stipendi. Dietro il tenore del Regio o l’attore del Carignano ci sono addetti ai suoni, artigiani che lavorano alle scenografie, addetti al guardaroba e alle biglietterie; dietro ogni mostra e museo ci sono guide, operai manutentori, addetti alle pulizie. Si tratta di un comparto che in Piemonte occupa circa 40 mila persone. Qualcuno può pensare che si tratti di settore marginale, che in termini occupazionali conti meno del tessile, del chimico, del call center?

In terzo luogo i grandi eventi e i grandi musei sono attrattori turistici. Se il turismo sa lavorare bene può trasformare uno spettacolo o una mostra in occasione di visita, di soggiorno, di promozione del territorio e delle sue ricchezze.

Ecco, il 14 febbraio rappresenta tutto questo: una vetrina di cose belle e uno stimolo di riflessione. Ciò che matura una comunità non è soltanto quello di cui dispone, ma la consapevolezza di poterne disporre. Essere liberi è importante, ma più importante ancora  è sapere che cosa significa essere liberi. A Torino e in Piemonte abbiamo e fruiamo di tanta cultura. Per un giorno ci siamo fermati a pensare che cosa significa tutto questo. Così si impara a difenderla, a sostenerla, a scegliere tra chi crede davvero in essa e chi finge per convenienza.

 Gianni Oliva


 

10 febbraio, Giorno del Ricordo: l'importanza della memoria

27 gennaio, Giorno della Memoria, 10 febbraio, Giorno del Ricordo. 25 aprile, Giorno della Liberazione. 25 luglio, la caduta del regime. 8 settembre, l’armistizio. Ma quanti ricordano queste date? Quanti sanno a che cosa corrispondono? Quanti hanno consapevolezza di che cosa è accaduto “prima”, tra il ’40 e il ’45?

Credo esista un rapporto tra questa assenza di memoria e le avvisaglie di deriva che stiamo vedendo, tra l’ignoranza delle tragedie del passato e i barboni cosparsi di benzina e bruciati, oppure gettati nell’acqua gelata di una fontana. Provo a spiegarlo. La nostra generazione, la generazione di mezzo (quella degli adulti, degli insegnanti, degli amministratori), ha avuto il grande privilegio di crescere quando la guerra era ormai finita, ma le sue ferite bruciavano ancora e si trasformavano in racconto. Abbiamo imparato che cos’è la pace ascoltando i discorsi di guerra, la paura per l’urlo sinistro delle sirene d’allarme, i fischi delle bombe sganciate sulle città, i passi pesanti degli anfibi sul selciato, i morti esposti nelle piazze. E che cos’è la libertà ce l’hanno insegnato raccontandoci di un’epoca in cui, prima di parlare, bisognava girarsi indietro, per verificare che non ci fosse qualcuno di troppo a sentire. E il valore del benessere lo abbiamo appreso dai racconti del “pane nero”, delle ricerche affannose di qualche chilo di farina bianca delle cascine di pianura, dei piatti ripuliti sino all’ultima briciola.

Il sistema di valori nel quale siamo cresciuti è nato da quella memoria: la pace, la libertà, il benessere, la tolleranza ci sono stati insegnati attraverso le testimonianze di vita vissuta dei nostri genitori e dei nostri maestri.

Oggi, quella trasmissione generazionale di memoria è venuta meno. Per nostra fortuna, noi non abbiamo nulla di drammatico da raccontare ai nostri figli, perché siamo vissuti nelle garanzie di questi sessant’anni di democrazia e di benessere.

Ma questo significa esporre i più giovani ad un’assenza di riferimenti, a pensare che tutto ciò che abbiamo (la libertà, la pace, la sicurezza) sia un bene dato una volta e per sempre. Non è così. La storia insegna che nulla è eterno e che si conserva soltanto ciò che le giovani generazioni sanno fare proprio.

Per questo è grave non avere più memoria, confondere le date che hanno scandito la riconquista della democrazia con semplici numeri del calendario. La mancanza di memoria e l’approssimazione dei valori marciano conseguenti, legate strettamente l’una all’altra. Siamo alla deriva? Certamente no, per fortuna. Ma se certi episodi accadono (i barboni di cui sopra, l’adolescente accoltellato per una sigaretta negata, il bullismo verso i più deboli) significa che siamo entrati in un’atmosfera culturale dove qualcuno comincia a pensare che certi gesti sono possibili. Attenzione. Non è necessario essere “cattivi” per compiere il male: basta che qualcuno ci spieghi che il male è bene e che il bene è male.


Gianni Oliva
(pubblicato su La Stampa - 08/02/2010 - inserto MondoScuola)



   

Torino 2010 Capitale Europea dei Giovani: una sfida, un'opportunità


Torino Capitale Europea dei Giovani 2010: una sfida, un’opportunità ma- anche – uno spunto di riflessione. Siamo un Paese nel quale di giovani si parla spesso, in convegni, pubbliche interviste, dibattiti televisivi, ma siamo anche un Paese nel quale gli spazi di carriera sono appannaggio di chi si è lasciato la giovinezza alle spalle da tempo. Secondo i dati di una recente statistica europea, in Germania il 34 per cento dei posti dirigenziali nel settore pubblico e privato è ricoperto dagli under 35: in Italia siamo all’1,6 %. Il dato si commenta da solo.

Per potersi far strada nella vita lavorativa occorrono due strumenti: in primo luogo il talento (che è distribuito per ogni generazione in numero analogo); in secondo luogo un sistema di relazioni che permetta alle capacità individuali di farsi valere. Da noi non mancano certo i talenti, tanto che si parla spesso della loro fuga verso le università e i mercati del lavoro stranieri. Il sistema di relazioni è invece nelle mani di coloro che appartengono alla generazione di mezzo e rappresenta un “patrimonio” difeso gelosamente, un “orticello privato” che non ammette intrusioni. Dunque, chi è giovane trova strade aperte essenzialmente perché può giovarsi di sistemi di relazioni ereditati dalla famiglia: ecco perché chi riesce ad accedere presto a ruoli importanti è essenzialmente “figlio” di qualcuno che conta.

Situazione difficile, che frena la mobilità sociale e la valorizzazione dei migliori. Ma situazione non immutabile. Bisogna che, almeno nel settore pubblico, chi ha la responsabilità delle scelte dimostri coraggio e accetti di scommettere sul nuovo. Penso, ad esempio, al settore della cultura: direttori di musei, di kermesse musicali, teatrali o di danza, di festival cinematografici dovrebbero essere scelti tra le forze più fresche: la creatività e la fantasia sono proprie della giovane età, quando si battono vie nuove con una buona dose di intuizione e una buona dose di incoscienza. Ma penso anche al settore dell’innovazione tecnologica: oltre alle borse di studio per i ricercatori, bisogna pensare alla fase successiva, alla disponibilità di risorse per la realizzazione delle ricerche. Scommettere sui giovani comporta margini di rischio – è evidente – ma garantisce anche la possibilità di risultati importanti e realmente innovativi.

Il 2010 torinese e piemontese sarà un’occasione festosa di incontro con spettacoli, musiche, mostre; sarà un’occasione di confronto, con laboratori nei quali si ritroveranno ragazzi di tutta Europa; sarà anche – speriamo – un’occasione di riflessione, dalla quale i meno giovani, i detentori dei ruoli di responsabilità dovranno uscire consapevoli del fatto che il futuro si costruisce garantendo il ricambio e aprendo gli spazi.

Gianni Oliva

(da MONDOSCUOLA - La Stampa)


 

Riscopriamo il nostro passato e la nostra identità

Giovedì 21 gennaio, presso il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, verrà presentato l'Atlante delle Feste Popolari del Piemonte.  Feste, rituali, tradizioni, necessità di ristabilire un contatto con il proprio passato: ecco il commento dell'assessore alla Cultura della Regione Piemonte Gianni Oliva.

 Proporre on line le tante feste popolari della nostra regione significa rendere omaggio ad un Piemonte genuino, semplice, rigoroso, che nel corso della storia ha saputo coniugare lavoro e allegria, impegno e voglia di vivere. Ogni comunità deve essere orgogliosa del suo passato, così come dev’esserlo del suo dialetto, delle sue abitudini, dei suoi campanili, del suo “stile”. In questi anni abbiamo cercato di lavorare in questa direzione attraverso investimenti nella valorizzazione del patrimonio linguistico (il piemontese, il franco provenzale, l’occitano, il walser), nel recupero di architetture popolari (dai ricetti alle baite alpine), nella promozione della conoscenza del nostro passato storico e – appunto – nella riscoperta delle tante feste popolari.

E’ vero, siamo in un’epoca di globalizzazione, di contaminazione tra provenienze geografiche e culturali molto diverse: viviamo in un territorio dove si sente parlare l’italiano con accenti regionali diversi e, sempre più spesso, con accenti stranieri. Ma proprio nel momento in cui le trasformazioni economiche propongono nuovi orizzonti e rimescolano le popolazioni, è importante che le singole comunità riscoprano il proprio passato e la propria identità. “Mondo globale” non significa omologazione: deve significare conoscenza e rispetto dell’identità di ognuno, perché gli uomini (come recitava il titolo di una bella mostra proposta qualche anno fa dall’Istituto Gramsci di Torino) “sono tutti uguali e tutti diversi”.

   

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